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Torre piezometrica parco Resistenza: conservazione versus demolizione

By 19 Mar, 2019

L’opera realizzata negli anni sessanta su progetto dello studio BBPR, fondato nel 1932 a Milano da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers (ndr gli autori della Torre Velasca), anche se, come affermato dall’assessore Guerzoni, da anni non più utilizzata, rappresenta una straordinaria sintesi tra ingegneria e architettura.

Considerata, all’epoca, una delle opere più alte realizzate totalmente in cemento armato, una sorta di “modello tipologico” a cui hanno fatto seguito innumerevoli acquedotti in c.a, sostituendo quelli realizzati a telaio. Lo stesso Bruno Zevi, fondatore e direttore della rivista L’architettura. Cronache e Storia, dedicò uno spazio all’opera, chiaro esempio di innovazione tecnologica, ove appariva evidente la battaglia combattuta dai BBPR per la formula “utilità più bellezza”.

Quindi un oggetto che possiede un doppio valore: quello storico – testimoniale di un sistema di distribuzione di un bene primario e quello di rappresentare un esempio di architettura moderna d’autore.

E allora perché non optare per una sua conservazione, ovviamente in sicurezza, segno distintivo inserito in uno spazio pubblico inedificabile.

Il tema del recupero dei grandi serbatoi idrici sopraelevati realizzati nel secolo scorso, I restauri delle grandi cisterne, così come i sili di stoccaggio e le torri di raffreddamento, sono divenuti temi di grande attualità per l’archeologia industriale del nostro paese.

Molti anche i progetti di rifunzionalizzazione/rigenerazione di questi manufatti, attraverso attenti restyling e risanamenti strutturali ove necessario, anche su modello di interventi realizzati all’estero. In realtà basta guardare vicino a noi: alla Toscana, con il progetto della “Torre del Chianti” a San Casciano in Val di Pesa, o a Buscate (Milano) dove una torre piezometrica è divenuta belvedere. Ma a dire il vero è proprio l’Emilia Romagna la regione più attiva nel recupero di questi manufatti: il progetto «Torri dell’acqua», avviato fin dal 2008, ha portato, ad esempio, al restauro del serbatoio di Budrio, oltre che ad un progetto sperimentale per la riconversione di diversi serbatoi pensili dell’acquedotto renano. In molti casi, tali manufatti possono diventare l’esempio di un buon riuso e della valorizzazione di un segno del passato. I serbatoi idrici sono infatti un simbolo dell’Italia modernizzatasi con fatica attraverso la realizzazione d’infrastrutture: un loro riuso consapevole scongiura la cancellazione di un pezzo di storia frutto di bisogni oramai incompatibili con gli attuali.

Fermiamoci a riflettere affinché non prevalga anche in questo caso: demolizione versus riuso.


A nome di tutto il Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC di Modena
LA PRESIDENTE
arch. Anna Allesina